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Workaholism e sindrome burnout: sintomi, salute mentale e lavoro

Cosa sono workaholism e sindrome da burnout? Quali sono le differenze principali?

Con il passare degli anni, salute mentale e lavoro sono due concetti sempre più complementari ed interconnessi. Il recente scoppio della pandemia da coronavirus e l’attivazione da parte di molte imprese dello smart working semplificato ha messo molti dipendenti in situazioni nelle quali è stato stato complicato dividere lavoro e vita privata.

Comunemente, la maggior parte di noi concorda sul fatto che lavorare troppo faccia male alla salute. Ma cosa ci sia esattamente di così malsano non è sempre chiaro. È il fatto di lavorare molte ore ad aumentare il nostro rischio di sviluppare problemi di salute? O forse c’è dell’altro, più legato alla sfera psicologica ed emotiva dei lavoratori?

Proprio per capire meglio questi aspetti è importante, sia per datori di lavoro che HR manager, avere ben chiari in testa concetti come il workaholism e la sindrome da burnout. Notare situazioni e comportamenti borderline da parte dei dipendenti è fondamentale per poterli supportare in un momento potenzialmente difficile, oltre che per prevenire eventuali escalation negative.

In questo articolo approfondiremo insieme i concetti di workaholism e sindrome da burnout, analizzandone differenze, implicazioni e cercando di capire come un’azienda può aiutare i propri dipendenti ad evitare o uscire da questo tipo di situazioni.

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Workaholism: cos’è?

Partiamo cercando di rispondere alla domanda più importante: cosa si intende per workaholism?

La parola workaholism deriva dal termine inglese “workaholic” (che in italiano si potrebbe tradurre come “maniaco del lavoro”), che è ormai diventato il più usato per descrivere una persona con un’ossessiva propensione verso il lavoro.

Questo termine è stato coniato nel 1971 dallo psicologo Wayne E. Oates per definire una persona caratterizzata da “un bisogno incontrollabile di lavorare incessantemente”, ossia dipendente dal lavoro. In linea generale, i lavoratori affetti da workaholism hanno una forte e compulsiva spinta interiore a lavorare duramente, pensano costantemente al lavoro e si sentono colpevoli o irrequieti nelle situazioni in cui non non stanno effettivamente lavorando.

Il concetto di workaholism va spesso di pari passo con il concetto di “lavorare tante ore”. La realtà, però, è che questi due concetti sono fortemente diversi: è infatti più che possibile lavorare molte ore senza essere per forza ossessionati dal proprio lavoro, così come è assolutamente possibile essere ossessionati dal proprio lavoro pur lavorando solo 35 ore a settimana o, addirittura meno.

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Workaholism: quali sono i sintomi?

Non siamo una rivista scientifica, e per questo motivo non andremmo estremamente in profondità su questo argomento. Quello di cui effettivamente possiamo discutere, sono i principali sintomi che, in linea generale, solitamente caratterizzano i lavoratori affetti da workaholism.

I principali punti in comune tra le persone affette da workaholism, quindi, sono:

  • Sentirsi costretti a lavorare a seguito di pressioni ricevute dai propri manager
  • Pensare costantemente al lavoro anche quando non si sta lavorando
  • Lavorare oltre la ragionevole aspettativa della propria azienda aspettarsi da che ci si aspetta ragionevolmente dal lavoratore (in relazione a quanto richiesto dalla specifica mansione lavorativa o dai bisogni economici di base della persona) nonostante le potenziali conseguenze negative sulla sua vita privata (come, ad esempio, problemi familiari, sociali e di salute).

Come accennato poco sopra, è molto importante ricordare che il workaholism non dovrebbe mai essere confuso con il semplice dedicare una quantità elevata di ore al lavoro. In molti casi, i sintomi di una sindrome da workaholism si manifestano anche nelle persone con un orario settimanale assolutamente normale, in quanto legati a fattori ed agenti scatenanti che vanno al di là del semplice tempo speso a lavorare. Scopriamo di più su questo argomento nel prossimo paragrafo.

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Workaholism test: come capire se un dipendente è un workaholic

Uno dei dubbi più frequenti che emerge quando si parla di questo argomento è: “ma come faccio a capire se un mio collega o dipendente è affetto da workaholism?”. La risposta è che non c’è una vera risposta. Si può tentare di analizzare alcuni fattori e scoprirlo.

Il workaholism può svilupparsi in molti modi, ma ci sono una serie di “campanelli d’allarme” che possono aiutarci a prevenire un’escalation:

  • La persona si porta a casa il lavoro abitualmente
  • La persona rimane sempre o spesso in ufficio più ore del necessario
  • La persona controlla costantemente email e notifiche di lavoro anche quando è fuori o a casa

I ricercatori dell’Università di Bergen, in Norvegia, hanno provato a sviluppare una sorta di indice di misurazione per valutare il grado di workaholism di una persona, una sorta di test per il workaholism

L’indice di misurazione è stato chiamato Bergen Work Addiction Scale ed analizza 7 campanelli d’allarme basilari per identificare e valutare la dipendenza dal lavoro di una persona. Questi segnali sono:

  • La persona pensa a come poter trovare più tempo per lavorare.
  • La persona passa molto più tempo a lavorare di quanto si è prefissata all’inizio
  • La persona lavora per compensare sentimenti di colpa, ansia, debolezza o depressione
  • Alla persona è stato consigliato di lavorare meno, ma non ha prestato attenzione
  • La persona tende a stressarsi se non può lavorare.
  • La persona mette da parte hobby, svago ed esercizio fisico a causa del lavoro
  • La persona lavora così tanto da avere problemi di salute a causa di ciò

Secondo il metro di valutazione ideato dai ricercatori dell’Università di Bergen, rispondere “spesso” o “sempre” ad almeno 4 di queste 7 affermazioni può indicare che si è in presenza di un soggetto affetto da workaholism.

La differenza tra workaholism e impegno nel lavoro

Sia nella teoria che nella pratica, il workaholism e l’impegno nel lavoro vengono spesso confusi. Sentendo parlare dell’argomento, una persona che lavora molto potrebbe facilmente esclamare: “beh sì, effettivamente sono un workaholic!”, per poi magari aggiungere: “ma in realtà lavoro tanto perché amo il mio lavoro”.

Nel caso in cui ciò che questa persona dice fosse vero, ci troveremmo di fronte non a un maniaco del lavoro, ma semplicemente ad un individuo molto coinvolto e motivato dalla propria professione. L’impegno nel lavoro (il cosiddetto “lavoro duro”) può essere definito come “uno stato d’animo positivo, appagante, legato al lavoro e caratterizzato da coinvolgimento, dedizione e assorbimento”.

Indubbiamente, i comportamenti di un workaholic e di una persona che lavora molto possono sembrare simili, perché entrambe le categorie lavorano più duramente rispetto alla media. La realtà è che ci sono delle grandi differenze tra chi è affetto da workaholism e chi è molto dedito al proprio lavoro.

La prima e fondamentale differenza tra il workaholism e l’impegno genuino nel lavoro è la motivazione alla base dei comportamenti tenuti. Mentre chi è genuinamente molto coinvolto nel proprio lavoro trova piacevole lavorare intensamente o a lungo, un workaholic è spinto da una sorta di obbligo interiore, non da un voler lavorare ma da un “dover lavorare”.

Altra importante differenza riguarda le emozioni che il lavoro trasmette alle due categorie di soggetti. I maniaci del lavoro tendono a legare la propria professione a emozioni negative come ansia, frustrazione, senso di colpa e stress mentre chi è genuinamente impegnato nel proprio lavoro tende a legarlo ad emozioni positive come il divertimento, l’energia positiva, la soddisfazione e il buon umore.

Per chiudere, è importante sottolineare anche che che il workaholism e l’impegno lavorativo sono generalmente caratterizzati da rendimenti lavorativi molto diversi e, nello specifico, negativi per il primo e positive per il secondo.

👉 Qui trovi una guida in cui spieghiamo come la leadership aziendale può aiutarti a supportare la salute mentale dei lavoratori.

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Sindrome da burnout: cos’è?

Parliamo ora di un altro concetto importante ed estremamente correlato al workaholism: il cosiddetto burnout sul lavoro. Alcuni esperti sostengono che dietro il burnout ci siano altre problematiche, come la depressione mentre altri sottolineano che i fattori individuali, come i tratti caratteristici della personalità e il trascorso familiare di ognuno, influenzano notevolmente l’insorgere del burnout lavorativo.

Ma cos’è quindi la sindrome da burnout?

Il burnout è uno stato di esaurimento emotivo, fisico e mentale causato da uno stress eccessivo e prolungato. Si verifica quando ci si sente sopraffatti, emotivamente prosciugati e incapaci di soddisfare le richieste che ci vengono fatte. All’aumentare dello stress, si cominciano a perdere interesse e motivazione che, come tutti sappiamo, sono ingredienti fondamentali per svolgere qualsiasi tipo di impegno lavorativo.

Un dipendente affetto da burnout ha una produttività estremamente ridotta, energie prosciugate e un modo di comportarsi caratterizzato da negatività, cinismo e risentimento. Una persona con sindrome da burnout può letteralmente sentirsi inutile, come se non avesse più nulla da apportare. Oltre al lavoro, sfortunatamente gli effetti negativi del burnout si riversano in ogni singola area della vita (anche privata e sociale) dei dipendenti.

Burnout sul lavoro: i sintomi

Anche se la sindrome da burnout non è propriamente un disturbo psicologico diagnosticabile, ciò non significa che non debba essere presa seriamente. Come per il workaholism, esistono dei campanelli d’allarme che possono aiutarci a capire quando ci troviamo di fronte ad una persona affetta da burnout.

I principali campanelli d’allarme che indicano una possibile sindrome da burnout lavorativo sono:

  • Alienazione dalle attività lavorative: i dipendenti che soffrono di burnout lavorativo vedono il loro lavoro come sempre più stressante e frustrante. Possono diventare cinici nel modo in cui lavorano e si comportano con i loro colleghi. Possono anche “allontanarsi” emotivamente e iniziare a sentirsi totalmente indifferenti nei confronti del loro lavoro
  • Sintomi psicosomatici: lo stress cronico può portare all’emergere di sintomi fisici, come mal di testa, il mal di stomaco o dei problemi intestinali
  • Azzeramento dell’emotività: una persona affetta da burnout si sente svuotata, incapace, stanca e incapace di far fronte ai propri impegni. Mancano di energia e vitalità.
  • Prestazioni basse: la sindrome da burnout riguarda prevalentemente il lavoro quotidiano. Le persone affette da burnout hanno sentimenti negativi riguardo ai propri compiti. difficoltà a concentrarsi e scarsa creatività

Qualunque sia la causa, il burnout lavorativo può influire sulla salute fisica e mentale dei tuoi dipendenti, ed è quindi importante che tu sia in grado di riconoscerne i sintomi in tempo e possa supportare chi lavora con te.

👉 In questo articolo ti spieghiamo il significato e come uscire dalla sindrome di burnout lavorativo in smart working.

Burnout: come uscirne? Ecco come puoi aiutare i tuoi dipendenti

Anche se il termine “burnout” (che letteralmente significa “esaurimento”) potrebbe suggerire l’irreversibilità di questa situazione, è possibile uscirne. Se la sindrome da burnout non è stata prevenuta, l’azienda gioca un ruolo fondamentale nel supportare i dipendenti a recuperare il loro normale stato psicofisico.

Ecco alcuni spunti d’azione pratici per aiutare un dipendente ad uscire da una situazione di burnout lavorativo possono essere:

  • Sensibilizzare i manager: i manager dovrebbero instaurare una relazione nella quale i dipendenti possano sentirsi liberi di esprimere le loro preoccupazioni. Si può lavorare insieme per cambiare le aspettative, oppure raggiungere un compromesso. Definire dei KPI e stabilire le aspettative può solo aiutare.
  • Offrire supporto concreto: sentirsi supportati ed aiutati è importante quando si sta affrontando una situazione difficile. Offri tutta l’assistenza necessaria ad un dipendente in stato di burnout, ed assicurati che si senta comunque apprezzato ed importante
  • Proporre attività rilassanti: fra i vari benefit aziendali che puoi offrire ci sono numerose attività perfette per ridurre lo stress, come lo yoga o la meditazione
  • Proporre attività fisiche ricorrenti: fare sport regolarmente aiuta enormemente la gestione dello stress, aiutando a distogliere la mente dal lavoro
  • Invita i tuoi dipendenti a prendersi cura del proprio sonno: dormire bene ripristina le funzioni cerebrali, è fortemente responsabile del nostro benessere e ci aiuta mantenerci in buona salute.
  • Meditazione mindfulness: la meditazione mindfulness si basa sul concentrarsi sul “qui ed ora”, utilizzando il respiro e le sensazioni corporali per rilassarsi e trovare il proprio centro.  Se praticata con costanza può aiutare, anche in un contesto lavorativo, ad affrontare le situazioni con maggior apertura e pazienza e minor giudizio negativo.

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Salute mentale e lavoro: alcuni consigli

Come detto all’inizio dell’articolo, salute mentale e lavoro sono strettamente collegati tra loro ed è per questo che le aziende dovrebbero avere particolarmente a cuore la salute mentale dei propri dipendenti. Avere un confronto costante all’interno del dipartimento delle risorse umane dell’azienda riguardo ai temi che portano al mantenimento di un ambiente di lavoro sano e sostenibile è senza dubbio un inizio.

Può anche essere utile sviluppare strategie chiare che aiutino i dipendenti a gestire lo stress. Come detto poco fa, suggerire delle pratiche di cura personale come una dieta sana, molto esercizio fisico, sonno regolare e svago può senza dubbio aiutare a ridurre alcuni degli effetti di un burnout lavorativo.

In alcuni casi, poi, si può anche proporre ai dipendenti un cambio di mansione lavorativa o, addirittura, una nuova responsabilità che potrebbero aiutarli a porre fine al loro stato di burnout.

Oppure anche una vacanza può essere la soluzione perfetta per offrire ai dipendente la possibilità di staccare e “ricaricare le batterie”. È necessario ricordarsi, però, che una semplice settimana via dall’ufficio non è sufficiente per aiutare il lavoratore a sconfiggere il burnout.

Scritto da Matteo Pizzinato

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